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01 maggio 2012
Android sta uccidendo i chinafonini?

C'erano una volta i chinafonini. Quelli "veri", ovvero quelli così originali e differenti dai prodotti occidentali e di marca, da spingere il sottoscritto a dedicargli questo sito web e relativo forum. Si trattava di telefoni cellulari decisamente fuori dal comune, con touch screen e tastierino numerico insieme, con sintonizzatore TV, con più SIM contemporaneamente, con batterie dalla durata strabiliante, con audio portentoso e con sistemi operativi proprietari leggeri e funzionali.
Oggi, a distanza di pochissimi anni, il panorama dei cellulari cinesi è totalmente rivoluzionato. In pratica il mercato dei chinafonini offre soltanto modelli full-touch con sistema operativo Android, del tutto simili ai vari smartphone Samsung, LG o HTC che troviamo nei negozi tradizionali.

Il primo duro colpo alla varietà e qualità dei chinafonini è arrivato dall'uscita dell'iPhone. In Europa ed in occidente in genere si è infatti generata una enorme richiesta di "cloni" del giocattolo Apple da parte di tutti quegli utenti (la maggior parte) che subiscono passivamente i condizionamenti sociali e commerciali. E così, miriadi di assemblatori cinesi si sono gettati in fretta e furia nella realizzazione dei famigerati "cloni", con evidenti ripercussioni sulla qualità di questi prodotti: batterie dalla durata limitatissima, componentistica scadente e software sempre meno affidabile.
Poi è arrivato, per l'Italia, il passaggio alla TV digitale terrestre, che ha reso completamente inutili i sintonizzatori TV (analogici) presenti nella maggior parte dei chinafonini originali.

Infine è arrivato il sistema operativo Google Android e per i chinafonini tradizionali sembra ormai giunto il momento dell'estinzione. Un sistema operativo commerciale non è una novità assoluta nel mercato dei chinafonini: Windows Mobile era infatti stato adottato con successo da molti terminali cinesi, ma aveva soltanto affiancato la nutrita offerta di cellulari con sistema operativo proprietario, da sempre i più numerosi. Con l'arrivo di Android, invece, sembra giunto il "colpo di grazia" per i "veri" chinafonini: nei listini dei rivenditori cinesi si trovano ormai pochissimi modelli tradizionali, a fronte di una offerta spropositata di terminali Android.
Il problema è che Android, per sua stessa natura, impone una filosofia costruttiva ed una architettura ben determinata, del tutto analoga a quella degli smartphone che vanno di moda in occidente: non supporta il tastierino fisico, necessita di un touch screen capacitivo piuttosto ampio, è avido di risorse hardware e di energia elettrica. E così, non soltanto gli smartphone Android finiscono con somigliarsi tutti, ma gli utenti dei chinafonini stanno dicendo addio alla tastiera fisica, alle batterie a lunga durata, ad un software snello e reattivo.

A prescindere dalle preferenze personali (benvenga Android sui chinafonini per coloro che lo prediligono) il fenomeno che desta perplessità è che l'offerta dei chinafonini Android non si sia affiancata a quella dei chinafonini tradizionali ma la stia velocemente rimpiazzando. E' davvero giunta la fine per i chinafonini tradizionali cui questo sito è dedicato? O forse la moda di Android è destinata a tramontare presto? Solo il tempo potrà dare una risposta a questi quesiti.

Ma un dato è però evidente: mentre i chinafonini tradizionali andavano a colmare delle lacune del mercato occidentale, i chinafonini con Android non offrono nulla di differente dagli smartphone di marca, con l'eccezione del dual sim (che però si comincia a vedere anche su modelli occidentali). Se consideriamo le difficoltà e gli imprevisti di un acquisto dalla Cina (tempi di consegna, giacenza in dogana, spese aggiuntive per lo sdoganamento) a fronte di prezzi sempre più bassi degli smartphone di marca, ormai acquistabili in negozio con meno di 100 euro con tanto di scontrino, garanzia e assistenza ufficiale, l'offerta dei chinafonini appare sempre meno allettante. Ecco perchè la drastica scelta di dirottare tutta la produzione su piattaforma Android rischia di diventare una tattica suicida.

Paolo Tortora
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